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Il giornalismo non è un quiz

In giornalismi, in classe on January 17, 2012 at 5:28 pm

Chi è la Volpe del Tavoliere? Nessuno alza la mano? Un aiutino: è molto intelligente. Ancora nessuna idea? D’accordo, ecco l’ultimo epiteto: il viceconte Max. Le tre definizioni compaiono in uno dei corsivi di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano e – sveliamo l’arcano – si riferiscono tutte a  Massimo D’Alema. Il tentativo, senza dubbio, è strappare un sorriso al lettore. A volte, però, il lettore è troppo concentrato a capire di chi si sta parlando per mettersi a ridere.

Per superare questo ostacolo, Travaglio si affida a una serie di appellativi consolidati che i fan del Fatto Quotidiano conoscono a memoria: da Minzolingua al Pompiere della Sera, dal Cainano al Puttaniere del Consiglio. Meno frequenti ma ugualmente espliciti sono Piercasinando e Mafiacitorio. Un po’ più elaborato Calce&Trivello: l’assonanza, però, non lascia dubbi. Fanno alzare un sopracciglio anche Giuliano l’Aprostata e Giuliano Estiqaatsi: ma basta fermarsi un secondo a riflettere per intuire quale sia il Giuliano che si merita d’essere oggetto delle invettive di Travaglio.

Neologismi, tuttavia, talmente chiari da correre il rischio di essere scambiati per volgarità. Il vizio che la redazione del Fatto rimprovera(va) quasi ogni giorno al Cainano. Occorre distinguersi. Facendo sfoggio di  studi classici e letture forbite.

La colonna di sinistra della prima pagina del quotidiano barricadiero si popola così di manutengoli, tetragoni che recitano peana sulla tolda del potere. Si spera che il lettore si sia abbonato alla versione online del Fatto. Con una rapida ricerca su Google potrà scoprire di avere a che fare con protettori o complici, irremovibili che recitano canti corali della lirica greca sui ponti scoperti del potere.

Vocaboli degni di essere pubblicati su un samiszdat.  Stavolta anche il motore di ricerca di Mountain View fatica a darci dei lumi. Il primo risultato che ci propone è un blog. Per fortuna, i suoi autori sono consapevoli di aver utilizzato un termine desueto, per giunta nella trascrizione meno comune. Ritengono quindi opportuno avvisare i visitatori che samiszdat è una parola russa: significa edito in proprio e indica i fogli clandestini diffusi in Unione Sovietica tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta. Occorre una seconda ricerca per scoprire perché nemmeno Wikipedia sapeva di cosa stavamo parlando: i caratteri cirillici sono normalmente traslitterati come samizdat, scritto con una esse in meno.

Un’oscurità che lascia perplessi, soprattutto se si considera che Marco Travaglio di solito ci tiene a farsi capire. Tanto da preoccuparsi, in un altro articolo, di spiegare cosa  sia la sindrome Nimby: not in my backyard, tradotto liberamente con non nel mio quartiere. Il senso non è stravolto. Ma backyard, negli Stati Uniti, indica il cortile sul retro.

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