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Bienvenue

In paris on May 28, 2012 at 9:07 am

Per quanto tu prenda sul serio gli avvertimenti di chi c’è passato prima di te, non sarai mai davvero preparato a quello che ti aspetta dietro le porte di Parigi. Io, da milanese sprovveduta, avevo iniziato a guardare online gli annunci di affitto prima di partire. Sono arrivata con un paio di appuntamenti per vedere delle stanze, oltre a generiche promesse da parte dei futuri colleghi.

Si va: levataccia, sette ore di treno, taxi. Il primo presagio di sventura è stata la faccia del tassista quando gli ho detto l’indirizzo: “Ma non può essere in quella via!”. Insisto, gli mostro l’e-mail. Ok, si convince, mi porta. Mi lascia sotto la pioggia con le mie due valigie e lo zaino: “Bon courage!”. Adesso ho davvero paura.

Scopro la prima particolarità dei condomini francesi: non hanno i citofoni. Se ci sono, si trovano dopo il portone, e prima di un’altra porta che dà finalmente accesso alle scale. Ogni portone è corredato di un tastierino numerico e si apre solo con il codice. Ma a nessuno – e dico nessuno – di tutti i proprietari/possibili coinquilini che ho contattato viene mai in mente di dirti quale sia, il codice. L’unico modo per entrare è avere il numero di telefono della persona con cui hai appuntamento, un cellulare e possibilmente un abbonamento a qualche compagnia telefonica francese.

Nel mio caso sono stata fortunata, perché quello che mi aveva promesso una stanza ha varcato il portone pochi minuti dopo che il tassista mi aveva scaricato di fronte a casa sua. Un ragazzo biondo, età dichiarata 28 anni, età apparente 48. La brutta copia di McGiver in versione sovietica. Peccato che io non sapessi che fosse lui; e che a lui non sia venuto in mente che una ragazza con le valige davanti al suo ingresso all’ora in cui avevamo appuntamento potesse essere proprio quella con cui aveva appuntamento. Tre sms dopo, riscende le scale e vieni a prendermi.

Tutto il condominio sembra un residuato dell’ex-Urss. Tredici piani. Sei appartamenti per piano. Il suo è al nono. Un appartamento vero, con diverse stanze. E un corridoio che mi ricorda quello di Shining.

Dietro una porta cigolante scopro un lavandino e una vasca da bagno senza doccia. Niente piastrelle, i muri sono dipinti di arancione, impreziositi da una scritta nera (“Salle de bain”) in bella calligrafia. La porta successiva nasconde la toilette (sì, perché in tutte le case – come negli alberghi – francesi il gabinetto è staccato dal resto del bagno).

In fondo al corridoio quello che suppongo essere lo sgabuzzino: salvo che non ho mai visto tanta chincaglieria affastellata inseme nemmeno su una bicicletta cinese. La stanza dopo è conciata più o meno allo stesso modo: “Tranquilla, questa è la mia stanza. Tu non devi dormire qui”. Ah. La “mia” stanza, invece, è uscita da Goodbye Lenin. Nell’armadio ci sono anche dei vestiti da donna (???) che farebbero bella figura nel Museum Haus am Checkpoint Charlie.

Grazie eh. Devo vedere un altro paio di stanze, ti faccio sapere”.

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  1. LOL! =D “La brutta copia di McGiver in versione sovietica”
    cosa darei per poterlo vedere”dal vivo” =P o forse no… ;-)
    ma poi come è finita???o forse dovrei dire, come è continuata?
    aspetto altri post sull’argomento! ;-)

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