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smarchettami tutta

In giornalismi, paris on June 4, 2012 at 11:44 am

Mi trasferisco qui per un po’.

Venite a leggermi!

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s’est (re)parti

In giornalismi, paris on May 25, 2012 at 1:44 pm

Mi trovo a fare lo stage di fine praticantato a Parigi e non scrivo nemmeno una riga sul blog?!? Shame on me.

Quando sono partita (ormai quasi due mesi fa) avevo pensato addirittura di aprire un blog apposta. Pensiero fulminato sul nascere da due considerazioni: 1) scrivere un blog sulla tua (breve) esperienza all’estero è più diffuso e banale che parlare male dell’Italia 2) se mi capitassero cose davvero interessanti, sarei occupata a farle piuttosto che a scriverle.  Quando si dice la lungimiranza.

Ma adesso Linkiesta mi ha dato un ottimo stimolo per riprendere in mano questo blog. E dargli una conclusione degna dei 22 mesi più densi di tutta la mia vita.

Quindi leggetemi, seguitemi e condividetemi.

Con un ringraziamento speciale a tutti quelli che hanno continuato a inciampare su queste pagine anche durante lunghi mesi di silenzio [perché l’11 maggio cercavate tutti “brucaliffo”?] 

Il giornalismo non è un quiz

In giornalismi, in classe on January 17, 2012 at 5:28 pm

Chi è la Volpe del Tavoliere? Nessuno alza la mano? Un aiutino: è molto intelligente. Ancora nessuna idea? D’accordo, ecco l’ultimo epiteto: il viceconte Max. Le tre definizioni compaiono in uno dei corsivi di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano e – sveliamo l’arcano – si riferiscono tutte a  Massimo D’Alema. Il tentativo, senza dubbio, è strappare un sorriso al lettore. A volte, però, il lettore è troppo concentrato a capire di chi si sta parlando per mettersi a ridere.

Per superare questo ostacolo, Travaglio si affida a una serie di appellativi consolidati che i fan del Fatto Quotidiano conoscono a memoria: da Minzolingua al Pompiere della Sera, dal Cainano al Puttaniere del Consiglio. Meno frequenti ma ugualmente espliciti sono Piercasinando e Mafiacitorio. Un po’ più elaborato Calce&Trivello: l’assonanza, però, non lascia dubbi. Fanno alzare un sopracciglio anche Giuliano l’Aprostata e Giuliano Estiqaatsi: ma basta fermarsi un secondo a riflettere per intuire quale sia il Giuliano che si merita d’essere oggetto delle invettive di Travaglio.

Neologismi, tuttavia, talmente chiari da correre il rischio di essere scambiati per volgarità. Il vizio che la redazione del Fatto rimprovera(va) quasi ogni giorno al Cainano. Occorre distinguersi. Facendo sfoggio di  studi classici e letture forbite.

La colonna di sinistra della prima pagina del quotidiano barricadiero si popola così di manutengoli, tetragoni che recitano peana sulla tolda del potere. Si spera che il lettore si sia abbonato alla versione online del Fatto. Con una rapida ricerca su Google potrà scoprire di avere a che fare con protettori o complici, irremovibili che recitano canti corali della lirica greca sui ponti scoperti del potere.

Vocaboli degni di essere pubblicati su un samiszdat.  Stavolta anche il motore di ricerca di Mountain View fatica a darci dei lumi. Il primo risultato che ci propone è un blog. Per fortuna, i suoi autori sono consapevoli di aver utilizzato un termine desueto, per giunta nella trascrizione meno comune. Ritengono quindi opportuno avvisare i visitatori che samiszdat è una parola russa: significa edito in proprio e indica i fogli clandestini diffusi in Unione Sovietica tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta. Occorre una seconda ricerca per scoprire perché nemmeno Wikipedia sapeva di cosa stavamo parlando: i caratteri cirillici sono normalmente traslitterati come samizdat, scritto con una esse in meno.

Un’oscurità che lascia perplessi, soprattutto se si considera che Marco Travaglio di solito ci tiene a farsi capire. Tanto da preoccuparsi, in un altro articolo, di spiegare cosa  sia la sindrome Nimby: not in my backyard, tradotto liberamente con non nel mio quartiere. Il senso non è stravolto. Ma backyard, negli Stati Uniti, indica il cortile sul retro.

“scompaginali”

In giornalismi on September 3, 2011 at 5:41 pm

Undici di mattina, terzo caffè. Il ritmo dell’estate milanese è irrimediabilmente alle spalle. Fa caldo, ci sono ancora i concerti all’aperto e le zanzare ma si ricomincia. Stagisti. Nella scala sociale di una redazione sei un gradino sotto la paletta per raccogliere la polvere. Quella, nella sua semplicità, resta indispensabile.

Comunque ci arrivi pieno di buoni propositi e speranze e entusiasmo. Ti ripeti in testa i consigli, gli incoraggiamenti e i racconti di “quelli dell’anno scorso”. Finalmente è il tuo turno. E… e sali sulla giostra della società delle immagini. Duepuntozero. Ogni foto rimanda a un’altra e un’altra ancora. Il flusso di coscienza non è che un affastellarsi confuso di istantanee, per inseguire la curiosità morbosa e inconsapevole del lettore.

O forse sarebbe meglio chiamarlo spettatore, visto che non legge più.

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